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28 March 2012
- 09 February 2012 Cult Movie: Tutti gli uomini del presidente
- 09 February 2012 Cult Movie: Tempi Moderni
- 09 February 2012 Cult Movies: Il Mucchio Selvaggio
- 09 February 2012 Cult Movies: L'Appartamento
- 09 February 2012 Cult Movies: Spartacus
- 09 February 2012 Cult Movies: Aurora
- 07 February 2012 Anna Maria Romito - Maree
- 29 January 2012 Gli amici del sig. G” di San Gennarello di Ottaviano in “Menecmi…… i due gemelli napoletani”
- 29 January 2012 Christiano Cerasola - O2 Ossigeno
Associazione Laboriosi.it - Uno Spazio Aperto
RIO ORINOCO / SELE
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R I O - ?Orinoco/Sele. E' Il titolo scelto per il terzo atto delle incursioni artistiche culturali di Felix Policastro a Paestum.
Un nuovo capitolo, uno sguardo rivolto verso la terra dove è nato (Il Sud America), tentando un parallelo
(quasi impossibile) che diventa un invito a cogliere, accostamenti e similitudini tra due realtà profondamente diverse;
in un tentativo di pulizia visiva delle influenze storiche che ne hanno determinato le culture.
L'iniziativa vede il Patrocinio del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela di Napoli e la presenza del Console Generale Bernardo Borges. Dunque, i contributi artistico culturale proseguono su piani di ricerca che incidono su spazi non convenzionali, proponendo presso la Locanda del Mare di Paestum in Via Linora una continua serie di interventi site specific che coinvolgono un luogo insolito sia nella sua dimensione fisica che sensoriale. Al disegno di questo nuovo intervento sono stati invitati a partecipare (Artisti, Architetti, Performer, Poeti)-Mariavittoria Acquaroli, artista casertana, presenta: "Maree" - i mari della Grecia, combinati ai segni di un territorio vissuto, (il suo), invitandoci a riflettere su le "contaminazioni felici" -?La ceramica è la materia scelta per le sue opere. Mariavittoria inaugurerà la sua mostra con una breve dimostrazione dell'uso dell'argilla nella realizzazione di un'opera: dunque, una performance nelle ore precedenti all'inaugurazione, in modo da aggiungere l'azione, la performance, all'evento che prevede inoltre, video proiezioni di poesie (MartínWeber - A map of latin american dreams-video web), immagini, musica live; il tutto ammaliato da profumi e gusto Criollo (un piatto unico tipico del Sud America realizzato da Anita Policastro). "R I O" , Dunque, rappresenta il tassello mancante e fondamentale per la ricomposizione visiva e sensoriale di luoghi baciati dalla Poesia, dalla magia e dalla natura. Accanto ai nuovi orizzonti che l' arte di Felix Policastro ci schiude con l'installazione di un tempio alla passione e alla razionalità "Tepuy" (esposta nell'immediato giardino adiacente alla Locanda, ribattezzata per l'occasione luogo dei Poeti) l'amico Lello Agretti, Poeta raffinato, leggerà alcune sue Poesie, portando un contributo concreto alla ricostruzione ideale dell'accostamento mentale alle due culture. La Locanda del Mare Via Linora +39 0828 81 1162
Felix Policastro, nato il 14 settembre 1961 sulla riva sud dell'Orinoco a Ciudad Bolivar in Venezuela, dove ha vissuto fino all'età di 11 anni. Negli anni settanta i genitori, con incertezze e non poche difficoltà di ambientazione si trasferiscono in Italia. Inizia così per Felix una vera e propria enfatizzazione intellettuale di ricordi, sensazioni e profumi vissuti in quegli anni. Trascorre un decennio assolvendo ai doveri scolastici e soddisfacendo, nei ritagli di tempo, la passione per la Pittura. In quegli anni, rivolge l'interesse soprattutto alle tecniche pittoriche, azzardando nei primi anni ottanta una propria espressione artistica, con il solo uso di colori e forme. Non realizza molte tele in quel periodo, ma le mostra ad amici e critici che dividono con lui le stesse passioni. S'interessa da subito ai sistemi di comunicazione visiva, coltivando esperienze in diverse discipline, sperimentando tecniche innovative su materiali e supporti naturali. Realizza diversi loghi e sigle, per aziende e privati. Progetta e realizza ambientazioni d'arte, traslando la sua ricerca artistica nella funzionalità. La sua sperimentazione mira a cogliere un "progetto divino", cercando di instaurare un colloquio tra l'uomo e la natura. La produzione degli ultimi 16 anni ha assunto nel tempo le caratteristiche di un vero e proprio alfabeto/grammaticale visivo, che egli elabora personalmente. Opere in progress, che oggi, lo portano a fare un'analisi consuntiva del percorso fatto, ed avviarsi verso nuove combinazioni e contaminazioni. Sue opere sono esposte: Palazzo Reale di Napoli, Museo Osservatorio Astronomico di Capodimonte, Napoli; Museo dell'informazione centro documentazione d'arte contemporanea, Senigallia; Palazzo Comunale di Ostra; Biblioteca comunale di Lusciano, Caserta; Palazzo Comunale di Marigliano; Museo sperimentale d'arte contemporanea, l'Aquila; Museo d'arte contemporanea materiali minimi, Paestum; Museo d'arte contemporanea, Morcone; Museo d'arte contemporanea, Sermoneta; Artefuori, museo all'aperto d'arte contemporanea, Saviano; Palazzo del Governo, Caserta; Il laboratorio, vico freddo a Rua Catalana, Napoli; Museo della camicia, Savignano sul Rubicone; Palazzo Vargas, libro d'artista, edizioni Il Laboratorio di Nola, Vatolla, Salerno; MIA (Museo Ippodromo di Agnano), Napoli; Fondazione Plart, Napoli
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Cult Movie: Tutti gli uomini del presidente
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TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE
A soli 4 anni dallo scandalo che portò alle prime dimissioni di un Presidente degli Stati Uniti d’America –Richard Nixon-, il regista Alan J. Pakula decide di portare sul grande schermo la storia delle inchieste giornalistiche seguite, a tal proposito, dai reporter Bob Woodward e Carl Bernstein. Basandosi sull’omonimo libro dei due giornalisti, questo ingaggia Dustin Hoffman e Robert Redford per impersonarli nel cuore della redazione del Washington Post, dove porteranno alla luce i nomi delle persone immischiate nella faccenda.
Si tratta del Watergate, lo scandalo politico dovuto alle intercettazioni del Partito Repubblicano, capitanato da Nixon, nei confronti di quello Democratico al fine di controllare e manipolare la sua rielezione. Mai prima di allora un Presidente degli Stati Uniti d’America era stato indagato per simili questioni di spionaggio né tanto meno di corruzione o abuso di potere, e la miccia della bomba mediatica contro Nixon fu accesa proprio dalle inchieste dei due giornalisti del Washington Post.
L’interesse per l’indagine giornalistica nacque durante l’udienza degli uomini arrestati al Watergate Hotel -coloro che sistemarono le cimici nella sede del Partito Democratico-, dove Woodward (Redford) scoprì che alcuni di questi erano agenti della CIA. Essendo in piena campagna elettorale, il giornalista intuì subito il possibile collegamento tra i fatti emersi e l’Intelligence, ma essendo tra i nuovi assunti della redazione gli venne affiancato un cronista con maggiore esperienza, Bernstein (Hoffman). Questi inizieranno dunque un’interminabile inchiesta, della quale non avrebbero mai potuto immaginarne la disastrosa conclusione.
Il forte approccio al realismo che determina le opere di Pakula, così come per i suoi colleghi Martin Scorsese e Francis Ford Coppola ad esempio, unito ai temi di sfondo storico/sociale rendono l’opera lenta e dettagliata nella sua interezza; forse a voler indicare le estenuanti tempistiche di un’inchiesta tanto delicata con una posta in gioco davvero scottante, il film riporta fedelmente le piccole conquiste giornaliere della coppia di giornalisti che cercano più di tutto la verità per smascherare uno dei più grandi scandali della storia americana.
SCHEDA
Titolo originale: All the President’s men. Anno: 1976. Genere: drammatico, storico. 138 min. Colore. USA. Regia: Alan J. Pakula. Soggetto: Bob Woordward, Carl Bernstein. Sceneggiatura: William Goldman. Fotografia: Gordon Willis. Musiche: David Shire. Produzione: Walter Coblenz. Interpreti: Dustin Hoffman, Robert Redford, Jack Warden, Martin Balsam, Hal Holbrook, Jason Robards, Jane Alexander, Meredith Baxter, Ned Beatty, Stephen Collins, Penny Fuller, Robert Walden, John McMartin, Nicolas Coster, Polly Holliday, Paul Lambert.
RICONOSCIMENTI
NATIONAL BOARD OF REVIEW AWARD 1976, Miglior film (Alan J. Pakula), Miglior regia (Alan J. Pakula), Miglior attore non protagonista (Jason Robards).
ACADEMY AWARDS 1977, Oscar per: Miglior attore non protagonista (Jason Robards), Miglior sceneggiatura non originale (William Goldman), Miglior scenografia (George Jenkins, George Gaines), Miglior sonoro (Arthur Piantadosi, Les Fresholtz, Rick Alexander, James E. Webb).
KANSAS CITY FILM CRITICS CIRCLE AWARD 1977, Miglior attore non protagonista (Jason Robards).
NEW YORK FILM CRITICS CIRCLE AWARD 1977, Miglior film (Alan J. Pakula), Miglior regia (Alan J. Pakula), Miglior attore non protagonista (Jason Robards).
A cura di Roberta Saettone (RobbiSaet Blog)
Cult Movie: Tempi Moderni
TEMPI MODERNI
“Sorridi, anche se ti fa male il cuore. Sorridi, anche se si sta spezzando. A che serve piangere? Sorridi, e forse domani scoprirai che vale ancora la pena di vivere”. Con queste parole Nat King Cole completò la musica che Charlie Chaplin compose per l’ultima apparizione ufficiale del suo personaggio, Charlot, il quale abbandona le scene in Tempi moderni. In realtà, le parole di questa deliziosa canzone, ripresa più e più volte anche da Michael Jackson, sono riprese dalle didascalie del dialogo finale, dove il vagabondo esorta la ragazza a non farsi abbattere e a sorridere; ma poco importa, contando la grandezza del prodotto finale che è squisitamente equilibrato tra l’avvento del sonoro e la dipartita del muto. Tempi moderni, infatti, non segna solo l’addio a Charlot, l’impacciato vagabondo senza voce, bensì la fine dell’epoca del muto; una grossa scocciatura per i maestri della vecchia scuola di pantomima, come appunto Charlie Chaplin. Non a caso qui si assiste alla sperimentazione che vede, o meglio, sente, le prime parole degli attori secondari insieme ai gesti dei protagonisti muti, dove il vagabondo farà sentire la sua voce per la prima e unica volta cantando una canzone senza senso, “Io cerco la Titina”. L’evoluzione della tecnica del sonoro combacia giustappunto con il film di maggiore spessore -a livello sociale- di Chaplin, dove Charlot viene scaraventato nell’epoca industriale. Emblematica e riassuntiva del tema di fondo è la scena iniziale, che vede un gregge di pecore muoversi in massa e, tramite una dissolvenza, ecco che la metafora prende sostanza mostrando degli operai mentre entrano in fabbrica. Come suggerisce il titolo, Tempi moderni è un’opera incentrata sulla contemporaneità dell’epoca moderna e ciò che ne deriva; partendo dal tema principale, che è l’alienazione dell’uomo nell’età industriale, Chaplin ne approfitta per scavare nel profondo dell’animo umano esaltandone la vulnerabilità ai cambiamenti drastici nella produzione di massa. Charlot, il protagonista, è infatti un operaio che lavora in fabbrica nella catena di montaggio; il movimento ripetitivo a cui è sottoposto, assieme alle frenetiche tempistiche che richiede tale mansione, lo porteranno ben presto al delirio. Sarà proprio con la scena più famosa del film, quella in cui viene risucchiato dagli ingranaggi della fabbrica, che Chaplin troverà il modo più eloquente per descrivere al meglio questa grave realtà, ricorrendo all’allora nascente psicologia del personaggio. Il vagabondo, essendo tale, vaga senza una meta definita facendosi trasportare dagli eventi o, per meglio dire, dalle situazioni stravaganti in cui si va a cacciare: dall’arresto per aver raccolto una bandiera rossa e scambiato per un rivoluzionario, all’assunzione di una dose di cocaina nascosta nella saliera da un galeotto durante la sua incarcerazione. In parallelo alle vicende di Charlot, durante la narrazione si sviluppa anche la storia della Monella (Paulette Goddard), una ragazza povera e orfana che sfugge agli assistenti sociali per non finire in istituto. Le storie dei due vagabondi si incontrano dunque intrecciandosi lungo la lotta alla sopravvivenza dovuta ai continui scioperi in fabbrica e la scarsa possibilità di lavorare altrove, portandoli a un forte rapporto di complicità e una fine storia d’amore. Sognando ad occhi aperti una vita agiata ma comunque semplice, la Monella e Charlot non si fanno abbattere dalle situazioni avverse, anzi, si rafforzano l’un l’altra proseguendo verso il loro cammino continuando a sorridere, così come insegna il vagabondo nelle scene finali, con la musica di Smile. Ecco dunque l’ingresso di Charlie Chaplin nella lista dei 100 film americani migliori di sempre, aggiudicandosi il 78° posto con Tempi Moderni, un classico del cinema che proprio non poteva essere omesso dall’American Film Instiute. Ma per il grande maestro del muto, bombetta e baffetti, non finisce qui: più avanti arriverà anche il momento di La febbre dell’oro -a metà classifica- e Luci della città, che sfiora per poco la top ten.
SCHEDA Titolo originale: Modern Times. Anno: 1936. Genere: Commedia, drammatico, sentimentale, comico. 87 min. Bianco e nero. USA. Regia: Charlie Chaplin. Soggetto: Charlie Chaplin. Sceneggiatura: Charlie Chaplin. Fotografia: Roland Totheroh, Ira Morgan. Musiche: Charlie Chaplin. Produzione: Charlie Chaplin. Interpreti: Charlie Chaplin, Paulette Goddard, Stanley J. Sanford, Henry Bergman, Chester Conklin, Hank Mann, Louis Natheaux, Stanley Blystone, Allan Garcia, Sam Stein, Juana Sutton, Dick Alexander, Cecil Reynolds, Myra McKinney, Lloyd Ingrham, John Rand.
A cura di Roberta Saettone (RobbiSaet Blog)
Comments (0) Cult Movies: Il Mucchio Selvaggio
IL MUCCHIO SELVAGGIO
Continuiamo a scalare la lista dei migliori film americani di sempre giungendo al 79° titolo in classifica. Si tratta di Il mucchio selvaggio, un western di Sam Peckinpah che vede tra gli interpreti principali un William Holden piuttosto maturo affianco all’italoamericano Ernest Borgnine. Il western, si sa, è un genere assai impegnativo, sia per le ambientazioni a sé stanti che per le trame con un denso intreccio narrativo. Basti pensare a quelle desolate zone desertiche americane, per lo più opprimenti, e agli ambigui monoliti -seppur pittoreschi- della Monument Valley, ambientazione protagonista dei principali film di questo genere. La scena è scarna tanto quanto la natura, forse a sottolineare la misera quotidianità di chi è abbandonato a sé stesso in un nulla dimenticato da Dio. Immancabili i cowboy e gli indiani, le colt calibro 45 e lo sceriffo quasi sempre corrotto o comunque “cattivo”; le storie del far west ruotano per lo più attorno a questi ingredienti fondamentali che ne determinano indubbiamente il genere. Qui ci troviamo nella zona del confine sudamericano, mentre il Messico è in piena rivoluzione nell’epoca di Pancho Villa. Il fuorilegge Pike Bishop (William Holden) svaligia la banca della ferrovia assieme alla sua banda cadendo in un’imboscata che scatena il caos più totale nel villaggio. Dopo un duro scontro a fuoco contro i tagliagole, i banditi fuggono verso il Messico per rifugiarsi dalla famiglia di uno di loro. In sella ai loro cavalli galoppano attraversando l’arido deserto americano, inseguiti dai cacciatori di taglie. Riuscendo nell’impresa, Pike e compari stringono un patto con Mapache, capo delle truppe della rivoluzione, affinché questi rubino un carico d’armi dell’esercito americano in cambio di diecimila dollari. Portato a termine l’incarico, il generale scopre che uno dei banditi ne ha tenuto una cassa per sé così da passarla ai sostenitori di Pancho Villa, facendo scattare automaticamente una sanguinosa battaglia che porterà all’epilogo della storia. Incarnando l’ideale di libertà, dovuta forse alla presenza dei paesaggi sconfinati, i banditi del far west sono un po’ i pirati del deserto: dei ricercati alienati dalla società che vagano di porto in porto affermando quel genere di filosofia di vita legata al rispetto di un codice d’onore piuttosto che alla legge.
SCHEDA Titolo originale: The Wild Bunch. Anno: 1969. Genere: Western. 134 min. Colore. USA. Regia: Sam Peckinpah. Soggetto: Walon Green, Roy N. Sickner. Sceneggiatura: Walon Green, Sam Peckinpah. Fotografia: Lucien Ballard. Musiche: Jerry Fielding Ross Hastings. Produzione: Phil Feldman, Roy N. Sickner per Warner bros–Seven arts. Interpreti: William Holden, Ernest Borgnine, Robert Ryan, Edmond O'Brien, Warren Oates, Ben Johnson, Jaime Sánchez, Emilio Fernández, Alfonso Arau, Albert Dekker, Strother Martin, L.Q. Jones, Bo Hopkins, Dub Taylor, Jorge Russek, Rayford Barnes, Paul Harper, Chano Urueta, Elsa Cárdenas, Bill Hart, Stephen Ferry, Aurora Clavel.
RICONOSCIMENTI NATIONAL SOCIETY OF FILM CRITICS 1970, Miglior fotografia (Lucien Ballard)
A cura di Roberta Saettone (RobbiSaet Blog) Comments (0) Cult Movies: L'Appartamento
L’APPARTAMENTO
Che Billy Wilder sia considerato il re della commedia americana non è certo una novità; basti pensare ai capolavori con Mailyn di A qualcuno piace caldo e Quando la moglie è in vacanza, oppure al grazioso Sabrina, con la coppia Hepburn-Bogart. Un po’ come un Fedro dell’era moderna, Wilder racconta delle favole semplici e divertenti anche se carenti di una vera e propria morale all’epilogo. Ma questo non è certo un problema quando si ha a che fare un grandissimo regista e talvolta sceneggiatore a braccetto di George Axelrod (lo scrittore dei copioni di Colazione da Tiffany e ancora, Quando la moglie è in vacanza); le sue favole incantano e aprono il cassetto dei sogni raccontando la dolce vita all’americana con i più grandi nomi della Walk of fame di Hollywood. Marilyn Monroe, Audrey Hapburn, Humphrey Bogart, William Holden, Tony Curtis, Jack Lemmon e Shriley MacLaine tra i massimi esponenti del Viale del tramonto. Questi ultimi due sono, guarda caso, i protagonisti del film in questione, 80° migliore di sempre secondo l’American Film Institute, L’Appartamento. Jack Lemmon, meno affascinante di altri divi ma con uno sguardo sveglio e divertente, veste i panni di un modesto impiegato cui si approfittano i dirigenti dell’azienda. Lui, scapolo e quindi senza particolari impegni, presta infatti il suo appartamento ai capi per portarci le loro amanti in cambio di una promessa promozione. Facile immaginare le vicende che animano la commedia e le conseguenze degli imprevisti per il continuo viavai nell’appartamento e per il malcapitato inquilino, costretto anche a rimanere in strada nel freddo invernale o dormire su una panchina nel parco. Ancora più imbarazzante poi quando scopre che la ragazza di cui si è innamorato, la MacLaine, è una delle amanti che frequentano il suo appartamento, accompagnata da uno dei dirigenti, Fred MacMurray. La pellicola in bianco e nero -prossima all’estinzione- e i modi garbati dei personaggi fanno sì che la commedia nel suo complesso risulti fluida e aggraziata, lontana anni luce dall’odierna volgarità, nonostante i temi di fondo siano implicitamente riferiti al sesso e alla lussuria. Grazie al Codice Hays, la censura che bloccava l’immoralità nelle pellicole, è infatti possibile godersi una scena o addirittura un intero film basato su un’immagine per lo più casta e celata da sottili doppi sensi spiritosi. E il risultato è una piacevole visione d’insieme dove i personaggi si muovono in un universo gradevolmente garbato che, nonostante il Codice, sfuggono alle regole combinandone comunque di tutti i colori. Anzi, la magia di questi film forse sta proprio in questo ingrediente segreto: il divertimento della dolce vita, infatti, consiste nel disobbedire alle convenzioni evitando di esagerare e di cadere nel prevedibile. I personaggi osano senza arroganza, si muovono con grazia intrecciandosi con gli altri caratteri della narrazione senza uscire dai bordi. Il risultato di tutto ciò è quindi un perfetto equilibrio al quale Billy Wilder ha saputo donare il suo tocco personale di commedia romantico-comica diventandone appunto il re indiscusso.
SCHEDA Titolo originale: The Apartment. Anno: 1960. Genere: romantico, commedia, drammatico. 125 min. Bianco e nero. USA. Regia: Billy Wilder. Soggetto: Billy Wilder, I.A.L. Diamond. Sceneggiatura: Billy Wilder, I.A.L. Diamond. Fotografia: Joseph LaShelle. Musica: Adolph Deutsch, John Reading. Produzione: Billy Wilder per The Mirisch Corporation. Interpreti: Jack Lemmon, Shirley MacLaine, Fred MacMurray, Jack Kruschen, Ray Walston, David Lewis, Joan Shawlee, Edie Adams, Hope Holiday.
RICONOSCIMENTI MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA 1960: Miglior interpretazione femminile (Shirley MacLaine). NEW YORK FILM CRITICS CIRCLE AWARD 1960: Miglior film (Billy Wilder), Miglior regia (Billy Wilder), Miglior sceneggiatura (Billy Wilder, I. A. Diamond). ACADEMY AWARDS 1961, Oscar per: Miglior film (Billy Wilder), Miglior regia (Billy Wilder), Miglior sceneggiatura originale (Billy Wilder, I. A. Diamond), Miglior scenografia (Alexandre Trauner, Edward G. Boyle), Miglior montaggio (Daniel Mandell). GOLDEN GLOBE 1961: Miglior film commedia o musicale (Billy Wilder), Miglior attore in un film commedia o musicale (Jack Lemmon), Miglior attrice in un film commedia o musicale (Shirley MacLaine). PREMIO BAFTA 1961: Miglior film (Billy Wilder), Miglior attore protagonista (Jack Lemmon), Miglior attrice protagonista (Shirley MacLaine).
A cura di Roberta Saettone (RobbiSaet Blog) Comments (0) Cult Movies: Spartacus
SPARTACUS
Quarto film in lista del maestro Stanley Kubrick -dopo 2001:Odissea nello spazio, Il dottor stranamore e Arancia meccanica-, Spartacus si guadagna l’81° posto nell’elenco dei film americani migliori di sempre. L’inizio travagliato delle riprese, che vide Anthony Mann come primo regista e poi licenziato dallo stesso produttore nonché protagonista Kirk Douglas, non fu di buon auspicio per la produzione finale. La continua competizione tra il primo attore e Kubrick indusse infatti il regista a perdere ogni entusiasmo per l’opera finita e quasi a sconfessarne la paternità. Primo film a colori di Stanley Kubrick e sua unica opera di carattere storico/epico, Spartacus è tratto dall’omonimo romanzo di Howard Fast che narra le gesta di quel gladiatore trace che ebbe il coraggio di sfidare il potere di Roma chiamando a sé gli schiavi sparsi sul territorio italiano per creare un esercito.
Spartaco (Douglas) è uno schiavo della Tracia condannato a morte per aver aggredito un romano nella miniera libica dov’era costretto a lavorare, ma che viene per così dire “salvato” da un allenatore di gladiatori, il quale lo sceglie per aggiungerlo ai suoi lottatori. Una volta arrivati a Capua, dove si trova la scuola-prigione dei combattenti, Spartaco acquisisce le principali regole della lotta diventando a poco a poco uno dei migliori tra i suoi compagni. Qui conosce la bella schiava della Britannia Varinia (Jean Simmons), di cui presto si innamora rifiutando di abusarne come una prostituta. Questo gesto nobile farà sì che questa lo ricambi, seppur in gran segreto.
Ciò che scatenerà l’ira di Spartaco sarà la notizia che Varinia è stata venduta al generale Marco Licinio Crasso (Laurence Olivier), facendo esplodere una sommossa nella scuola di gladiatori ed eliminando il presidio romano.
Nasce così un’enorme rivolta che chiama a sé un esercito di 60.000 gladiatori e schiavi romani sparsi in tutta Italia, tra cui anche Antonino (Tony Curtis), schiavo personale di Crasso e cantore, che insegnerà ai suoi compagni di battaglia l’arte della poesia diventando presto il fedele compagno di Spartaco. L’esercito romano si appresta a bloccare la minaccia della rivolta generando una sanguinosa battaglia su entrambi i fronti. Ma come la storia ci ha insegnato, riuscire a sconfiggere la potenza di Roma non è impresa da poco, e il triste epilogo di questo capitolo ante Cristo trova la sua fine con la crocefissione dei rivoltosi lungo la via Appia.
SCHEDA Titolo originale: Spartacus. Anno: 1960. Genere: Storico, azione, drammatico. 190 min. Colore. USA. Regia: Stanley Kubrick. Soggetto: Howard Fast. Sceneggiatura: Dalton Trumbo. Fotografia: Russell Metty. Musica: Alex North. Produzione: Kirk Douglas, Edward Lewis per Universal Pictures. Interpreti: Kirk Douglas, Laurence Olivier, Jean Simmons, Charles Laughton, Peter Ustinov, John Gavin, Tony Curtis, Nina Foch, Herbert Lom, John Ireland, John Dall, Charles McGraw, Joanna Barnes, Harold J. Stone, Woody Strode, Peter Brocco, Paul Lambert, Robert J. Wilke, Nicholas Dennis.
RICONOSCIMENTI ACADEMY AWARDS 1961, Oscar per: Miglior attore non protagonista (Peter Ustinov), Miglior fotografia (Russel Metty), Miglior scenografia (Alexader Golitzen, Eric Orbom, Russel A. Gausman, Julia Heron), Migliori costumi (Valles, Bill Thomas). GOLDEN GLOBE 1961: Miglior film drammatico (Stanley Kubrick).
A cura di Roberta Saettone (RobbiSaet Blog) Comments (0) Ultimo aggiornamento (Giovedì 09 Febbraio 2012 08:24) |










